27 Gen

Elogio della versione italiana del voluntary disclosure

 

Si parla molto in questi giorni se sia stato giusto o meno introdurre in Italia la cosiddetta regolarizzazione volontaria (cd. “voluntary disclosure”) grazie alla quale sarà possibile la riduzione delle sanzioni per omessa o carente dichiarazione delle attività detenute all’estero. Cerchiamo di capire meglio e di porci in una prospettiva comparativa.

ESEMPI ESTERI
Se si guarda alle esperienze internazionali si vede come molti altri paesi OCSE abbiano già adottato uno schema simile. Tra questi ricordiamo Regno Unito, Francia, Germania e Stati Uniti. Negli USA, come avviene spesso, hanno implementato la normativa più raffinata che permette di regolarizzare redditi offshore, pagando imposte, interessi e sanzioni ridotte e l’esclusione della rilevanza penale delle sanzioni.

LE DIFFERENZE CON IL CONDONO
Perché, dunque, questa apertura in legislazioni cosi attente al contrasto all’evasione e all’elusione fiscale? Perché il voluntary disclosure non assomiglia al vecchio “scudo fiscale”, non è un condono anonimo. Per due motivi. Si deve andare, a volto scoperto e mettendo le carte sul tavolo, a parlare con l’Agenzia delle Entrate e il costo di questa regolarizzazione in molti casi non sarà banale.

GLI EFFETTI SUL CONTRIBUENTE
La voluntary disclosure, infatti, se da un lato comporta uno sconto, come ci è stato richiesto dall’OCSE, sulle violazioni relative al monitoraggio valutario e l’esenzione dai reati tributari di infedele e omessa dichiarazione dei redditi dall’altro farà pagare tutte le imposte normalmente se quanto detenuto all’estero è frutto di evasione fiscale. Il contribuente, a conti fatti, può arrivare a dover versare fino al 70% delle somme non dichiarate….

 

di Andrea Tavericchio – Formiche.net

Leggi su: http://www.formiche.net/2014/01/27/elogio-della-versione-italiana-del-voluntary-disclosure/

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