11 Lug

Rientro dei capitali: scocca l’ora della collaborazione volontaria

Riparte l’iter parlamentare della legge sul rientro dei capitali. Non è un condono né uno scudo, ma una collaborazione volontaria con il fisco. L’efficacia dipende dalla credibilità della minaccia di migliori capacità di accertamento. Le sanzioni e i possibili effetti collaterali.

COS’È LA COLLABORAZIONE VOLONTARIA

Sembra accelerare il percorso parlamentare del disegno di legge sul rientro dei capitali dall’estero. Dopo l’approvazione in commissione Finanze, il testo potrebbe essere calendarizzato per l’aula già nella terza settimana di luglio.
Il disegno di legge introduce nell’ordinamento la disciplina della collaborazione volontaria (cosiddetta voluntary disclosure) in materia fiscale: i soggetti che hanno omesso di dichiarare attività e beni detenuti all’estero e i relativi redditi potranno sanare la propria posizione fornendo tutte le informazioni sia sugli investimenti sia sui redditi che servirono per costituirli o acquistarli e accettando di pagare in un’unica soluzione le imposte eventualmente accertate su tali redditi e le relative sanzioni. Il contribuente che presenterà istanza di collaborazione volontaria otterrà delle riduzioni sulle sanzioni pecuniarie e penali.

UN NUOVO CONDONO?

Sebbene la voluntary disclosure preveda delle riduzioni nelle sanzioni, non è sicuramente una riedizione dei condoni varati ripetutamente nel 2001, 2003 e 2009 su iniziativa del ministro Tremonti e noti come “scudi fiscali”. Lo scudo fiscale consentiva al contribuente di sanare una serie di irregolarità relative all’esportazione di capitali all’estero pagando un’imposta straordinaria con aliquote sintetiche (comprensive di sanzioni e interessi) relativamente basse (nel 2009 l’imposta è stata pari al 5 per cento del valore delle attività scudate). Non c’era nessun tentativo di recuperare le imposte eventualmente evase sui redditi che avevano generato i capitali irregolarmente detenuti all’estero. Al contrario al contribuente che aveva regolarizzato capitali frutto di evasione fiscale era garantito uno “scudo” da opporre a eventuali futuri accertamenti. Inoltre, lo “scudo” consentiva al contribuente di mantenere l’anonimato rispetto all’amministrazione finanziaria.
Questi due elementi sono assenti nella proposta di voluntary disclosure attualmente in discussione in parlamento, che si basa invece su una “confessione piena” da parte del contribuente e sull’accertamento delle basi imponibili eventualmente evase.

PERCHÉ ORA?

Negli ultimi anni, i programmi di voluntary disclosure sono stati adottati da un numero crescente di paesi, compresi quelli maggiori industrializzati (Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti). Anche l’Ocse ha promosso queste politiche formulando delle linee guida. (1)
Le ragioni fondamentali di questa diffusione sono sostanzialmente due. La prima è la necessità di accelerare il recupero del gettito perso a causa dell’evasione per far fronte alle necessità di consolidamento dei conti pubblici.
La seconda è il radicale mutamento che sta avvenendo al livello internazionale nello scambio di informazioni. L’impulso fondamentale è venuto dagli Stati Uniti con il Foreign Account Tax Complicance Act (Facta) che obbliga le istituzioni finanziarie estere a comunicare alle autorità fiscali statunitensi le informazioni sui conti esteri detenuti da clienti americani, pena l’applicazione di una ritenuta del 30 per cento su tutti i redditi di origine statunitense percepiti dagli intermediari.
La svolta americana ha dato grande impulso all’iniziativa dell’Ocse, che lo scorso gennaio ha pubblicato un common reporting standard per lo scambio automatico di informazioni fiscali. Quarantaquattro paesi, fra cui l’Italia, si sono impegnati ad adottare lo standard Ocse entro il 2017. Sembra quindi consolidarsi un modello in cui lo scambio di informazioni fra amministrazioni fiscali non è più volontario, bensì automatico. Le amministrazioni nazionali possono quindi sfruttare la minaccia di una maggiore capacità di accertamento per convincere i contribuenti a regolarizzare le proprie posizioni evitando i costi generati dall’accertamento e dal contenzioso.

LA VIA ITALIANA ALLA VOLUNTARY DISCLOSURE

I programmi di voluntary disclosure sono efficienti se consentono di giungere ad accordo con il contribuente evitando i costi relativi all’accertamento e al contenzioso. Come osserva l’Ocse, per raggiungere questo obiettivo i programmi devono individuare un difficile equilibrio fra la necessità di fornire sufficienti incentivi all’emersione e l’esigenza di non premiare o incoraggiare l’evasione. Un semplice condono (come lo scudo fiscale) fornisce un forte incentivo ad aderire, ma nella misura in cui premia chi ha evaso produce anche un forte incentivo a evadere in futuro, in attesa del successivo condono. Il risultato finale può essere un aumento temporaneo del gettito a costo di una riduzione strutturale delle entrate.
La difficoltà nell’individuare tale equilibrio è una delle ragioni degli intoppi che il provvedimento ha incontrando nel percorso parlamentare. In effetti, la norma sulla voluntary disclosure era già contenuta nel decreto legge n. 4 del gennaio 2014, ma la Commissione finanze l’aveva stralciata durante l’esame del provvedimento, ritenendo che la formulazione originaria non fosse particolarmente attraente soprattutto per i piccoli patrimoni.
Il testo licenziato dalla Commissione la scorsa settimana tenta di bilanciare i diversi incentivi, agendo soprattutto sulle sanzioni penali. Si inaspriscono le sanzioni in caso di evasione, attraverso l’estensione del reato di riciclaggio ai casi di reimpiego di denaro sottratto al fisco (cosiddetto autoriciclaggio). In altri termini, chi commetterà una violazione penale tributaria dovrà rispondere sia del reato tributario sia di quello di riciclaggio. Ad esempio, nel caso di dichiarazione infedele che comporti un’imposta evasa superiore ai 50mila euro, il contribuente rischierà da uno a tre anni per il reato tributario e dai due agli otto anni di reclusione per il reato di riciclaggio.
L’inasprimento delle sanzioni è stato però accompagnato da un aumento degli “sconti” in caso di collaborazione volontaria. Il contribuente che dichiari spontaneamente al fisco i capitali irregolarmente detenuti all’estero vedrà ridotte le sanzioni relative alla frode fiscale a un quarto, con la possibilità che la pena carceraria sia convertita in una multa, e non sarà punibile per il reato di autoriciclaggio.

FUNZIONERÀ?

Ma chi sono i destinatari della voluntary disclosure? La Banca d’Italia ha stimato che alla fine del 2008 l’importo dei capitali esteri non dichiarati e riconducibili a soggetti residenti in Italia fosse compreso in una forchetta tra i 124 e 194 miliardi di euro. (2) Questi dati, nonostante la loro aleatorietà, suggeriscono che l’entità dei capitali irregolarmente detenuti all’estero possa essere ancora consistente nonostante l’ultimo scudo fiscale del 2009 abbia portato alla regolarizzazione di circa 100 miliardi di euro. Il bacino dei potenziali destinatari del provvedimento è formato da chi non ha regolarizzato la propria posizione nel 2009 e da coloro che hanno commesso delle irregolarità successivamente a tale data.
Difficile fare previsioni sulle adesioni e sul possibile recupero di gettito. La voluntary disclosure segue una filosofia diversa dai condoni e punta non tanto sulla convenienza derivante dalle ridotte pretese del fisco, quanto sulla minaccia di un miglioramento delle capacità di accertamento e su un inasprimento delle sanzioni. Molto dipenderà quindi dalla credibilità della minaccia, in particolare dall’effettiva attuazione dei meccanismi di scambio di informazioni automatico fra autorità fiscali. […]

 

di – La voce

Leggi su: http://www.lavoce.info/rientro-dei-capitali-collaborazione-volontaria/

One thought on “Rientro dei capitali: scocca l’ora della collaborazione volontaria

  1. La commissione Finanze di Montecitorio ha approvato il testo di una legge che introduce una procedura per regolarizzare i capitali detenuti da cittadini e imprese italiani all’estero, senza anonimato e pagando quanto dovuto al fisco. Il progetto di legge ripropone i contenuti di un decreto emanato dal governo letta, ma non convertito dal parlamento, e li arricchisce sotto molti aspettì. Lo scrive in una nota il capogruppo Pd in commissione, Marco Causi

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