15 Lug

Voluntary disclosure in salsa italiana

La legge sulla collaborazione volontaria non riguarda solo chi detiene capitali all’estero in modo illegittimo, ma anche chi possiede in Italia patrimoni frutto di evasione fiscale. È una sanatoria accettabile sia dal punto di vista pratico sia sotto l’aspetto etico?

EVASIONI MADE IN ITALY

Sta facendo ampi passi avanti la versione italiana della voluntary disclosure (per i non anglofoni: “collaborazione volontaria”). E li sta facendo nel senso che ciò che era stato pensato per i soli capitali detenuti illegittimamente all’estero viene ora esteso anche ai capitali occultati al fisco, ma detenuti in Italia. Capitali, cioè, depositati presso banche italiane o investiti in immobili italiani o tramite intermediari finanziari italiani, ma incompatibili, per le loro dimensioni, con i redditi nel frattempo dichiarati. Più concreti ed estesi non sono solo i poteri indagatori derivanti dal Facta o dalle innovate disposizioni bancarie svizzere che interessano le attività possedute all’estero, ma lo sono anche i poteri di accesso – ormai pressoché totale e con insignificanti freni inibitori – varati dai più recenti provvedimenti antievasione, che obbligano gli intermediari finanziari operanti in Italia a mettere a disposizione del fisco italiano le informazioni più significative ordinate nelle loro banche dati. Insomma, una maggior trasparenza informativa è emersa in questi ultimi tempi sia sul piano internazionale che domestico. E il fisco italiano sta facendo passi da gigante nell’apprendere come avvalersene.
Ma se questo è l’antefatto che rende credibile la volontà di collaborare (per il timore di essere scoperto) per chi i capitali li ha all’estero, non c’è motivo perché non avverta il fiato sul collo anche chi i capitali (e i patrimoni ingiustificati) li ha sempre detenuti, ma in modo un po’ più casareccio, solo in Italia.
La versione della voluntary disclosure varata dalla commissione Finanze della Camera il 9 luglio, e che debutterà a breve in aula, al comma 1-bis dell’articolo 1, fa proprio questo: estende il regime della collaborazione volontaria «anche ai contribuenti diversi da quelli» che non hanno dichiarato le attività possedute all’estero; ma che, tuttavia, possedendo attività (ingiustificabili) in Italia, intendono «sanare le violazioni degli obblighi di dichiarazione ai fini delle imposte sui redditi, dell’Irap e dell’Iva». Il che vuol dire: coloro che possiedono patrimoni in Italia, ma che ne sono in possesso avendo evaso imposte e violato così i propri ordinari obblighi dichiarativi.
Per quale ragione costoro dovrebbero sentirsi indotti ad avvalersi della collaborazione volontaria che comporta il pagamento di tutte le imposte evase con l’aggiunta di qualche modesta sanzione? Ma per l’evidenza della incompatibilità fra i redditi dichiarati e il valore delle attività possedute. E, quindi, per la consapevolezza che la trasparenza portata dai più recenti provvedimenti antielusivi e la collaborazione degli intermediari finanziari rende ormai precario un occultamento che magari ha marciato indisturbato per anni, ma che oggi presenta crescenti pericoli di accertamento. Si pensi a coloro che hanno acquisito immobili o quote di fondi comuni in anni in cui dichiaravano redditi di pura sopravvivenza.

PERCHÉ CONVIENE PATTEGGIARE

Ma allora è davvero un condono, gridano alcuni. Non basta graziare quelli che i capitali li detenevano all’estero dove erano più facilmente occultabili; ora graziamo anche quelli che i capitali li detengono addirittura in Italia e che sono, quindi, più facilmente aggredibili.
Comprensibile la reazione istintiva: ma le cose non stanno, purtroppo, così. Intanto perché un conto è avere accesso a informazioni significative e anche minacciose; altro conto è trasformare le stesse in strumenti di riscossione. L’iter burocratico relativo può presentare inciampi di diversa natura e l’impegno dell’amministrazione finanziaria ha comunque un costo per il sistema. Poi, perché lo strumento di riscossione può essere variamente contestato e tre gradi di giudizio costano, mantengono un certo livello di incertezza e spostano nel tempo l’incasso effettivo. […]

 

di Tommaso Di Tanno – lavoce.info

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One thought on “Voluntary disclosure in salsa italiana

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