10 Set

L’autoriciclaggio frena la voluntary disclosure

Calma e sangue freddo. Prima o poi, la matassa sul rientro dei capitali si sbroglierà. Per ora il Governo italiano chiede tempo per riuscire ad adeguare il disegno di legge sull’ autoriciclaggio, approvato lo scorso 29 agosto dal Consiglio dei ministri, nel decreto Criminalità. Praticamente, si necessita la costruzione di una sorta di “ponte” che congiunga due distinti provvedimenti e due distinte norme sullo stesso argomento.

Il nodo della questione sta proprio nel  fatto che molti parlamentari opterebbero per inserire il reato di autoriciclaggio nel ddl sull’ emersione dei capitali, mentre altri lo vorrebbero mantenere a sé in quello approvato alla fine del mese scorso.

Quel che è certo è che bisogna ancora aspettare – si vocifera solo per qualche giorno – mentre il provvedimento sarebbe dovuto essere pronto entro oggi. Tuttavia il tema è delicato ed è meglio che il Belpaese faccia le cose per bene, dato che l’introduzione dell’ autoriciclaggio va a colmare un’anomalia del codice penale italiano recependo una raccomandazione dell’Ocse. Chi commetterà reati presupposti come evasione fiscale, false fatture, spaccio di stupefacenti e chi più ne ha più ne metta, non potrà più eludere la contestazione di riciclaggio. […]

 

di ticinofinanza.ch

Leggi su: http://www.ticinofinanza.ch/?mode=comunicati&id=7450

18 Ago

Milano, mazzette e riciclaggio: nasce un nuovo pool per battere le reti internazionali

L’organismo nasce da una richiesta dell’Ocse. A guidare il gruppo di 8 magistrati c’è De Pasquale, il pm del caso Mediaset per il quale Berlusconi è stato condannato a 4 anni per frode fiscale

“Assicurare continuità con le autorità giudiziarie estere”, e anche mantenere “collegamenti stabili con le istituzioni internazionali”. Ma – ecco la vera finalità – un ufficio intero della Procura per combattere la corruzione internazionale e “i reati societari, fiscali e di riciclaggio”. È la funzione del nuovo organismo da poco costituito per direttiva del procuratore in persona, Edmondo Bruti Liberati, che ha nominato come responsabile il sostituto procuratore, Fabio De Pasquale, lo stesso che per anni ha indagato sull’ex Cavaliere Silvio Berlusconi, l’unico pm fino ad oggi che ha ottenuto una condanna definitiva a quattro anni per la frode fiscale Mediaset.

La novità si chiama – un po’ troppo in burocratese – “Ufficio Affari europei ed internazionali”. Ne fanno parte oltre al responsabile, altri otto sostituti procuratori: Giordano Baggio, Grazia Colacicco – unica presenza femminile – Eugenio Fusco, Isidoro Palma, Elio Ramondini, Gaetano Ruta e Sergio Spadaro. La novità asseconda una richiesta avanzata dall’Ocse – l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – che rivolgendosi all’Italia, ormai nel lontano dicembre 2011, si era “raccomandata di costituire gruppi di lavoro specializzati nella materia della corruzione internazionale”. La Procura di Milano, sarà la prima ad avere questo pool di magistrati creato ad hoc. […]

 

di EMILIO RANDACIO – Repubblica

Leggi su: http://milano.repubblica.it/cronaca/2014/08/18/news

20 Lug

Sempre meno «rifugi sicuri» all’estero

Il cerchio contro l’evasione fiscale internazionale e i paradisi offshore si stringe mese dopo mese. E se i processi di adeguamento degli ordinamenti nazionali non sempre sono spediti, il numero dei Paesi che aderiscono ai sistemi di scambio automatico dei dati finanziari attraverso accordi bilaterali con gli Usa fondati sul Fatca (Foreign Account Tax Compliance Act) oppure sulla base dei meccanismi multilaterali messi a punto dall’Ocse cresce costantemente. Per chi detiene all’estero illegalmente beni o capitali trovare aree al sicuro del segreto bancario è, e sarà, sempre più difficile.

Per quanto riguarda il quadro italiano relativo alla normativa internazionale Fatca, va rimarcata ancora l’assenza della legge di ratifica, assenza che crea non poche incertezze tra gli intermediari finanziari. L’aspettativa era infatti di riuscire a terminare l’iter entro il 1° luglio – prima importante scadenza per gli adempimenti previsti – ma il testo è stato discusso al Consiglio dei ministri solo il 30 giugno scorso e non c’è ancora una data certa per l’approvazione finale in Parlamento. […]

 

di Marco Bellinazzo e Davide Rotondo – Il Sole 24 Ore

Leggi su: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-07-20/sempre-meno-rifugi-sicuri-estero-081127.shtml?uuid

11 Lug

Rientro dei capitali: scocca l’ora della collaborazione volontaria

Riparte l’iter parlamentare della legge sul rientro dei capitali. Non è un condono né uno scudo, ma una collaborazione volontaria con il fisco. L’efficacia dipende dalla credibilità della minaccia di migliori capacità di accertamento. Le sanzioni e i possibili effetti collaterali.

COS’È LA COLLABORAZIONE VOLONTARIA

Sembra accelerare il percorso parlamentare del disegno di legge sul rientro dei capitali dall’estero. Dopo l’approvazione in commissione Finanze, il testo potrebbe essere calendarizzato per l’aula già nella terza settimana di luglio.
Il disegno di legge introduce nell’ordinamento la disciplina della collaborazione volontaria (cosiddetta voluntary disclosure) in materia fiscale: i soggetti che hanno omesso di dichiarare attività e beni detenuti all’estero e i relativi redditi potranno sanare la propria posizione fornendo tutte le informazioni sia sugli investimenti sia sui redditi che servirono per costituirli o acquistarli e accettando di pagare in un’unica soluzione le imposte eventualmente accertate su tali redditi e le relative sanzioni. Il contribuente che presenterà istanza di collaborazione volontaria otterrà delle riduzioni sulle sanzioni pecuniarie e penali.

UN NUOVO CONDONO?

Sebbene la voluntary disclosure preveda delle riduzioni nelle sanzioni, non è sicuramente una riedizione dei condoni varati ripetutamente nel 2001, 2003 e 2009 su iniziativa del ministro Tremonti e noti come “scudi fiscali”. Lo scudo fiscale consentiva al contribuente di sanare una serie di irregolarità relative all’esportazione di capitali all’estero pagando un’imposta straordinaria con aliquote sintetiche (comprensive di sanzioni e interessi) relativamente basse (nel 2009 l’imposta è stata pari al 5 per cento del valore delle attività scudate). Non c’era nessun tentativo di recuperare le imposte eventualmente evase sui redditi che avevano generato i capitali irregolarmente detenuti all’estero. Al contrario al contribuente che aveva regolarizzato capitali frutto di evasione fiscale era garantito uno “scudo” da opporre a eventuali futuri accertamenti. Inoltre, lo “scudo” consentiva al contribuente di mantenere l’anonimato rispetto all’amministrazione finanziaria.
Questi due elementi sono assenti nella proposta di voluntary disclosure attualmente in discussione in parlamento, che si basa invece su una “confessione piena” da parte del contribuente e sull’accertamento delle basi imponibili eventualmente evase.

PERCHÉ ORA?

Negli ultimi anni, i programmi di voluntary disclosure sono stati adottati da un numero crescente di paesi, compresi quelli maggiori industrializzati (Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti). Anche l’Ocse ha promosso queste politiche formulando delle linee guida. (1)
Le ragioni fondamentali di questa diffusione sono sostanzialmente due. La prima è la necessità di accelerare il recupero del gettito perso a causa dell’evasione per far fronte alle necessità di consolidamento dei conti pubblici.
La seconda è il radicale mutamento che sta avvenendo al livello internazionale nello scambio di informazioni. L’impulso fondamentale è venuto dagli Stati Uniti con il Foreign Account Tax Complicance Act (Facta) che obbliga le istituzioni finanziarie estere a comunicare alle autorità fiscali statunitensi le informazioni sui conti esteri detenuti da clienti americani, pena l’applicazione di una ritenuta del 30 per cento su tutti i redditi di origine statunitense percepiti dagli intermediari.
La svolta americana ha dato grande impulso all’iniziativa dell’Ocse, che lo scorso gennaio ha pubblicato un common reporting standard per lo scambio automatico di informazioni fiscali. Quarantaquattro paesi, fra cui l’Italia, si sono impegnati ad adottare lo standard Ocse entro il 2017. Sembra quindi consolidarsi un modello in cui lo scambio di informazioni fra amministrazioni fiscali non è più volontario, bensì automatico. Le amministrazioni nazionali possono quindi sfruttare la minaccia di una maggiore capacità di accertamento per convincere i contribuenti a regolarizzare le proprie posizioni evitando i costi generati dall’accertamento e dal contenzioso.

LA VIA ITALIANA ALLA VOLUNTARY DISCLOSURE

I programmi di voluntary disclosure sono efficienti se consentono di giungere ad accordo con il contribuente evitando i costi relativi all’accertamento e al contenzioso. Come osserva l’Ocse, per raggiungere questo obiettivo i programmi devono individuare un difficile equilibrio fra la necessità di fornire sufficienti incentivi all’emersione e l’esigenza di non premiare o incoraggiare l’evasione. Un semplice condono (come lo scudo fiscale) fornisce un forte incentivo ad aderire, ma nella misura in cui premia chi ha evaso produce anche un forte incentivo a evadere in futuro, in attesa del successivo condono. Il risultato finale può essere un aumento temporaneo del gettito a costo di una riduzione strutturale delle entrate.
La difficoltà nell’individuare tale equilibrio è una delle ragioni degli intoppi che il provvedimento ha incontrando nel percorso parlamentare. In effetti, la norma sulla voluntary disclosure era già contenuta nel decreto legge n. 4 del gennaio 2014, ma la Commissione finanze l’aveva stralciata durante l’esame del provvedimento, ritenendo che la formulazione originaria non fosse particolarmente attraente soprattutto per i piccoli patrimoni.
Il testo licenziato dalla Commissione la scorsa settimana tenta di bilanciare i diversi incentivi, agendo soprattutto sulle sanzioni penali. Si inaspriscono le sanzioni in caso di evasione, attraverso l’estensione del reato di riciclaggio ai casi di reimpiego di denaro sottratto al fisco (cosiddetto autoriciclaggio). In altri termini, chi commetterà una violazione penale tributaria dovrà rispondere sia del reato tributario sia di quello di riciclaggio. Ad esempio, nel caso di dichiarazione infedele che comporti un’imposta evasa superiore ai 50mila euro, il contribuente rischierà da uno a tre anni per il reato tributario e dai due agli otto anni di reclusione per il reato di riciclaggio.
L’inasprimento delle sanzioni è stato però accompagnato da un aumento degli “sconti” in caso di collaborazione volontaria. Il contribuente che dichiari spontaneamente al fisco i capitali irregolarmente detenuti all’estero vedrà ridotte le sanzioni relative alla frode fiscale a un quarto, con la possibilità che la pena carceraria sia convertita in una multa, e non sarà punibile per il reato di autoriciclaggio.

FUNZIONERÀ?

Ma chi sono i destinatari della voluntary disclosure? La Banca d’Italia ha stimato che alla fine del 2008 l’importo dei capitali esteri non dichiarati e riconducibili a soggetti residenti in Italia fosse compreso in una forchetta tra i 124 e 194 miliardi di euro. (2) Questi dati, nonostante la loro aleatorietà, suggeriscono che l’entità dei capitali irregolarmente detenuti all’estero possa essere ancora consistente nonostante l’ultimo scudo fiscale del 2009 abbia portato alla regolarizzazione di circa 100 miliardi di euro. Il bacino dei potenziali destinatari del provvedimento è formato da chi non ha regolarizzato la propria posizione nel 2009 e da coloro che hanno commesso delle irregolarità successivamente a tale data.
Difficile fare previsioni sulle adesioni e sul possibile recupero di gettito. La voluntary disclosure segue una filosofia diversa dai condoni e punta non tanto sulla convenienza derivante dalle ridotte pretese del fisco, quanto sulla minaccia di un miglioramento delle capacità di accertamento e su un inasprimento delle sanzioni. Molto dipenderà quindi dalla credibilità della minaccia, in particolare dall’effettiva attuazione dei meccanismi di scambio di informazioni automatico fra autorità fiscali. […]

 

di – La voce

Leggi su: http://www.lavoce.info/rientro-dei-capitali-collaborazione-volontaria/

26 Giu

Voluntary disclosure, l’erba del vicino è sempre più verde?

n attesa della conclusione dei lavori parlamentari che, si auspica, dovrebbero concludersi con la introduzione nel nostro ordinamento della procedura di emersione dei capitali detenuti illecitamente all’estero e del “sommerso” detenuto in Italia e ben consci del fatto che si potrebbe trattare davvero dell’ultima spiaggia per chi intende regolarizzare la propria posizione usufruendo di premialità (quali la riduzione delle sanzioni e le esimenti penali), può essere opportuna una breve analisi delle modalità applicative dei programmi di emersione dei capitali esteri attuate in alcuni Paesi che hanno già fatto proprie le raccomandazioni degli organismi internazionali in primis quelle dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE).

In linea di massima gli obiettivi perseguiti dai diversi Governi sono il ricavo di un extra-gettito fiscale e l’inasprimento della battaglia contro i paradisi fiscali dando un forte segnale di legalità al mondo finanziario mondiale.

Negli Stati Uniti, ad esempio, per chi opta per la disclosure per redditi non dichiarati derivanti da conti correnti esteri sono assicurati profili premiali per quel che riguarda le implicazioni penali connesse all’emersione, ma occorrerà versare per intero le imposte evase oltre gli interessi. Inoltre le sanzioni di natura tributaria vengono ridotte dal 50% (misura ordinariamente applicata) al 20% delle imposte evase.

L’ Offshore Voluntary Disclosure Program è essenzialmente una procedura amministrativa, che non può avvenire in forma anonima, finalizzata alla riduzione delle sanzioni connesse alla mancata o irregolare compilazione del modulo equivalente al nostro quadro RW e la condizione per accedere al programma è rappresentata dal pagamento di tutte le imposte, in qualunque modo connesse agli investimenti esteri, secondo una logica che può essere considerata simile al nostro ravvedimento operoso.

Il Regno Unito ha optato per regimi di disclosure (New Disclosure Opportunity) caratterizzati dalla riduzione delle sanzioni amministrative al 10% (solitamente vanno dal 30% al 100% delle imposte dovute) e dalla non applicazione delle sanzioni penali.

L’esperienza inglese, a differenza di quella italiana, non colpisce il capitale ma il reddito proveniente da investimenti effettuati all’estero e mai dichiarati all’Amministrazione finanziaria. […]

 

di Stefano Loconte – Il Messaggero

leggi su: http://economia.ilmessaggero.it/economia_e_finanza/voluntary-disclosure-confronto-internazionale/766624.shtml

03 Giu

Sui conti oltreconfine dal 2016 la verifica degli intermediari

La marcia verso l’approvazione del “Fatca multilaterale”, il sistema di interscambio automatico dei dati finanziari messo a punto dall’Ocse, fa un passo avanti decisivo. Il 28 maggio scorso, a Parigi, dopo un ultimo confronto con operatori finanziari e associazioni di categoria, si sono conclusi i lavori di stesura del Commentario, un documento di oltre 100 pagine che declina i requisiti di dettaglio della disciplina.

Ad oggi sono 63 i Paesi che hanno dichiarato la loro volontà di aderire al programma, dopo che a febbraio è stato pubblicato il Crs (Common Reporting Standard), il sistema multilaterale Ocse basato sull’impianto Usa Fatca (Foreign Account Tax Compliance Act), che comporterà l’identificazione e la segnalazione dei conti finanziari detenuti da soggetti non residenti alle competenti autorità locali in modalità automatica.

I primi obblighi per gli […]

 

di – Il SOle 24 Ore

Leggi su: http://www.quotidianodiritto.ilsole24ore.com/art/comunitario-e-internazionale/2014-06-02/conti-oltreconfine-2016-verifica-191133.php?uuid=ABDdPsF

12 Mag

Segreto bancario, la spinta sul rientro dei capitali

Attesa sulla «voluntary disclosure» dopo l’accordo Ocse, resta da chiarire la posizione di chi ha aderito al rimpatrio della precedente legge delega

La Svizzera ha firmato l’accordo Ocse per lo scambio automatico di informazioni a fini fiscali, e questo – ha ammesso il ministro elvetico per l’Economia – mette fine al segreto bancario come è stato conosciuto finora. Che cosa cambierà ora sul mercato dei capitali lungo le Alpi, anche in vista della «voluntary disclosure», le regole allo studio in Italia per il rientro dei patrimoni? «L’accordo è una notizia che potrebbe aumentare il successo del provvedimento sulla voluntary disclosure se sarà approvato, perché i correntisti si sentirebbero meno al sicuro in presenza di una normativa che legittima lo Stato estero a scambiare le informazioni», spiega Marco Cerrato, avvocato dello studio Maisto e docente di diritto tributario internazionale all’università di Castellanza.[…]

 

di Giovanni Stringa – Corriere della Sera

Leggi su: http://www.corriere.it/economia/14_maggio_12/segreto-bancario-spinta-rientro-capitali-b40bf85c-d9ae-11e3-8b8a-dcb35a431922.shtml